Testimonianza Adriana Sarti, la storia di Clara e Avaldo

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Diceva Pietro Nenni: “ci sono nella vita delle testimonianze da rendere alle quali non ci si può sottrarre” e vorremmo condividere con voi l’articolo che segue:

Adriana Sarti, 73 anni, nata a Assisi abita a Roma, figlia orgogliosa di Clara e Avaldo

“Sono la figlia di una donna eccezionale, una roccia. Mia madre, 97 anni, Clara, cieca (maculopatia degenerativa), sorda, ma più lucida di me, dopo 40 giorni al San Camillo (broncopolmonite e pleurite) è riuscita a tornare a casa. Prima distrutta nel fisico, sempre assistita a letto, poi ha ripreso le forze con varie terapie e ora riesce pure a camminare un po’ e a uscire in carrozzella, facendo anche pratiche al Banco Posta e la spesa con la badante. E’ lucida e determinata, ma completamente cieca e vorrebbe riprendere tutte le sue funzioni, anche se la situazione dei suoi organi respiratori è catastrofica”.

“Classe ’22, è stata una vera ragazza degli anni 40, ha fatto a suo modo la Resistenza (famiglia di veri socialisti), e a Città di Castello, il suo paese natale, vicino alla linea Gotica, i nazifascisti hanno fatto ‘mirabilia’, tanto che tre suoi zii (fratelli di mio nonno) sono medaglia d’oro con via e monumento a loro dedicato, ‘Fratelli Giulietti’. La sua vita è stata un romanzo.  Siamo venuti a Roma nel ’54, poiché mio padre, Avaldo Sarti, romano, che con lei aveva diretto l’ufficio postale di Assisi, allora uno dei più importanti d’Italia, città dove sono nata nel ’46, fondò (dopo essere stato in Cgil) la Uil Post, portandola in pochi anni da 300 a 300.000 gli iscritti come segretario generale”.

“E’ morto nel 2000 senza aver mai acquistato una casa né 1 metro quadrato di terra (era in affitto in un appartamento dell’Istituto Poste e telegrafi). Ai suoi tempi i grandi dirigenti sindacali (o almeno lui) morivano poveri, da statali (qual era). E’ anche citato nell’Enciclopedia della politica, nel capitolo sulla storia della Uil”.

“Mamma è stato il suo sostegno, la sua musa, la sua innamoratissima moglie, grande estimatrice, la sua paziente Penelope, pendeva dalle sue labbra e lo attendeva anche alle tre di notte sul balcone dopo riunioni con ministri dove si facevano le lotte e le grandi conquiste dei lavoratori. E’ lei che ha tirato su noi tre figli. Volevo renderle omaggio, a questa ragazza degli Anni 40, che ha attraversato la guerra e il Dopoguerra. Perché sono le donne come lei che hanno fatto il nostro paese”.

cfr. “La Repubblica” del 31 gennaio 2019